
L'uomo bicentenario
Una favola fantascientifica sul desiderio di diventare umani, capace di far riflettere su identità, libertà, amore e mortalità con un tono accessibile a tutta la famiglia.
L’uomo bicentenario parte da una premessa molto interessante: un robot domestico che, nel corso di due secoli, sviluppa progressivamente creatività, emozioni e il desiderio di essere riconosciuto come essere umano. È un film che riesce a porre domande profonde senza mai diventare troppo complesso, e proprio per questo funziona bene anche come visione familiare. Robin Williams è naturalmente il centro del film e riesce a dare ad Andrew una grande tenerezza, soprattutto nella prima parte, quando il contrasto tra il comportamento meccanico e la nascita di una vera personalità produce alcuni dei momenti più riusciti. Non lo considero però tra i suoi film migliori: andando avanti, la storia tende a diventare più sentimentale e prevedibile e perde parte della forza delle idee iniziali. È comunque un film gradevole e sincero, che lascia qualcosa su cui riflettere anche dopo la visione. La critica dell’epoca fu decisamente più severa, soprattutto per l’eccessiva lunghezza e il sentimentalismo: Roger Ebert riconosceva le potenzialità dei temi legati all’autodeterminazione e ai diritti individuali, ma riteneva che il film finisse per abbandonarli troppo presto in favore del melodramma.
Detailed plot · spoiler alert
Mi è piaciuto abbastanza e lo considero un film gradevole, soprattutto per una visione in famiglia. Ha una bella idea di fondo, alcuni momenti realmente emozionanti e riesce a far riflettere senza risultare pesante. Allo stesso tempo, però, dura più di due ore e nella seconda parte tende ad appesantirsi, insistendo molto sulla componente sentimentale. Anche Robin Williams è bravo, ma ha interpretato personaggi e film decisamente più memorabili.
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